Le débat

Una nuova stagione dell’Autonomia?

Pensare alla crisi istituzionale che si sta consumando fra il Governo italiano e la Regione autonoma Valle d’Aosta come a un conflitto che si gioca esclusivamente sulla gestione dell’emergenza sanitaria ed economica nel territorio valdostano è cosa sinceramente riduttiva.

La partita è più ampia: e coinvolge livelli e questioni di cui, limitandosi alle dichiarazioni incrociate dei rappresentanti ora del Governo ora della Regione, non si sta tenendo conto.

Alcune date, per capire la crisi.

È il 19 novembre, quando tre parlamentari abbandonano Forza Italia per passare alla Lega. La vicenda fa scalpore per la presenza di Laura Ravetto, considerata una fedelissima della dirigenza forzista. Le male lingue scriveranno in quei giorni che si tratti di opportunismo politico: solo un partito con maggiori consensi potrebbe assicurare la loro rielezione in caso di voto anticipato. In ogni caso, il divorzio dei tre parlamentari forzisti segnala la spaccatura all’interno del Centrodestra fra il polo sovranista e l’anima popolare ed europeista ancora presente in Forza Italia: da una parte la linea dura di Salvini e Meloni; e dall’altra i segnali di apertura di Berlusconi al corteggiamento del Governo Conte, che di Forza Italia vorrebbe fare una stampella della maggioranza.

Il 26 novembre in Aula a Roma arriva lo scostamento di bilancio. Un atto pratico di per sé non particolarmente significativo sul piano politico, che trova il favore trasversale delle forze che sostengono il Governo Conte II (M5S, PD e LeU) e dei partiti di Centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia). Voto che si giustifica, assicurano le parti, per la necessità di dare una risposta unitaria alla pandemia. Ma che è raccontato dalle cronache parlamentari in maniera ben diversa: come la prova generale di larghe intese. Una vittoria per Berlusconi.

Passano alcuni giorni. Il 30 novembre, mentre si perde qualsiasi canale di comunicazione istituzionale e alle Regioni giungono notizie sulla loro “colorazione” a mezzo stampa, a Bruxelles l’Eurogruppo approva la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). È presente per l’Italia il Ministro di Economia e Finanze, Roberto Gualtieri.

1 dicembre. Qualcosa scricchiola. Incassati a novembre importanti provvedimenti (che certe testate giornalistiche non esiteranno a definire emendamenti salva-Mediaset), Berlusconi annuncia che Forza Italia non voterà a favore della riforma del MES, quando sarà sottoposta al Parlamento. Il partito berlusconiano si riavvicina così alle posizioni degli alleati di Centrodestra e fa cadere qualsiasi ipotesi di un voto salva-Conte.

Veniamo alla Valle d’Aosta. Il 2 dicembre il Consiglio regionale approva una legge che assegna alla Regione un importante ruolo nella gestione dell’emergenza, permettendole di adattare le misure di sicurezza sanitaria alla realtà valdostana. La legge è approvata trasversalmente da forze di maggioranza e gruppi di opposizione. Unici a non votare a favore i consiglieri del Progetto Civico Progressista (PD + liste civiche di centrosinistra, al governo nella Regione con gli autonomisti) che si astengono.

Si scatena subito un feroce dibattito, che rimbalza sui media nazionali e coinvolge Ministri della Repubblica perlopiù ignoti al pubblico valdostano. Si parla falsamente di una legge che “riapre tutto”, a discapito della grave situazione sanitaria che stiamo attraversando. Si parla di decisione incosciente, sulla scorta dell’ingenuo dibattito, già sperimentato nei giorni precedenti a proposito dell’alternativa “impianti sciistici aperti / impianti sciistici chiusi”, che non tiene affatto conto delle implicazioni reali delle misure nazionali di confinamento fra le Regioni (più che del problema specifico dello sci di discesa) sull’economia e sulla società alpina della piccola e periferica Regione italiana.

Con questa legge, la Valle d’Aosta non riapre “tutto”, ma si dota di uno strumento giuridico che permetta al suo esecutivo di dare risposte più rapide, sia nelle chiusure che si dovessero rendere necessarie per prevenire il contagio, sia nelle aperture che in adeguate condizioni di sicurezza possano dare, senza attendere il placet del Governo nazionale, una boccata d’ossigeno alla nostra realtà sociale ed economica, nel pieno rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali dei valdostani. Compresa la tutela della salute.

Il modello di riferimento è la legge approvata nel maggio 2020 dalla Provincia autonoma di Bolzano, che si è dotata di un fondamento giuridico – non impugnato dal Governo e ancora oggi utilizzato dal Sudtirolo – che le permette di intervenire direttamente nell’emergenza.

Passano poche ore. Lo stesso 2 dicembre il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, preannuncia che, non appena pubblicata, la legge valdostana sarà impugnata.

Il giorno seguente, 3 dicembre, da Bruxelles rimbalza la notizia che quattro eurodeputati del M5S (su quattordici eletti) abbandonano il loro gruppo. Fra le ragioni addotte dai dissidenti, troviamo le giravolte della dirigenza pentastellata e il tradimento dei valori originari del Movimento. La “scissione europea” dei 5 Stelle si aggiunge alla lettera di 17 senatori e 52 deputati che minacciano il loro voto contrario sul MES. Una fronda interna in piena regola, verrebbe da dire.

Che cosa unisce tutti questi eventi (europei, nazionali e locali) non apparentemente collegati?

Li unisce un voto. Quello del 9 dicembre. La puntata di questa lunga crisi ancora tutta da scrivere.

In piena sessione di bilancio, in Senato arriveranno le comunicazioni del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre che dovrà vagliare la proposta di riforma del MES.

Per convincere i parlamentari di maggioranza che intendono far mancare il proprio voto, il percorso di questa crisi è già stato chiarito. In caso di voto contrario sulle sue comunicazioni europee, Conte salirebbe al Quirinale e rassegnerebbe le dimissioni. Nonostante la pandemia, il Presidente Mattarella non consentirebbe alla formazione di una nuova maggioranza ma scioglierebbe le Camere, creando un Governo “elettorale” ed “emergenziale” che traghetti l’Italia a nuove elezioni in primavera.

Perciò, chiamiamo le cose con il loro nome. Chiamiamo questa crisi istituzionale per quello che è, cioè una crisi politica interna alla maggioranza di Governo, che nella gestione dell’emergenza si è totalmente disinteressata delle esigenze delle piccole realtà alpine, certa di poter contare in Parlamento sul salvataggio di Berlusconi. E che ora, senza stampelle e con un pezzo di maggioranza che minaccia di affossare il Governo Conte, alza la posta con il Gruppo delle Autonomie, i cui voti potrebbero diventare fondamentali al Senato, facendo la voce grossa con la piccola Regione autonoma Valle d’Aosta.

La crisi istituzionale è il bluff di un Governo che non ha né una maggioranza solida, né una salda visione di Paese e di Europa cui riferirsi. Di un Governo perduto, che vivacchia sulla gestione di una pandemia mortale, lanciando accuse di irresponsabilità a destra e a manca, anche laddove non ci sono.

Cerchiamo dunque, autonomisti e non, di ritrovare la ragione: di guardare alla legge regionale appena approvata, di cui si è discusso per mesi in un Consiglio Valle in regime di prorogatio, con oggettività e di applicarla con buon senso.

E se davvero l’oggetto di questa crisi non sono né i provvedimenti adottati in Regione, né la gestione dell’emergenza, né tantomeno la tutela del bene Vita, ma le posizioni contingenti degli autonomisti in Parlamento, allora rilanciamo al Governo nazionale, al di là del destino personale di presidenti e ministri appeso a questa o a quella votazione, una serie di riforme mirate da approvare in tempo zero, che trasformi radicalmente l’atteggiamento dell’Italia nei confronti della specialità ed incardini un più lungo processo di riforma che apra finalmente ad una nuova e seria stagione dell’Autonomia.

Frédéric Piccoli

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